Marco Magrini

Marco Magrini, lo scultore che ha scelto l’appennino

Marco Magrini nasce a Milano nel 1945, e studia storia dell’arte, architettura, pittura e tecniche di lavorazione dei materiali
Nei primi anni del suo lavoro si dedica appunto ai materiali e alle loro lavorazioni, successivamente l’interesse si sposta verso la pittura per poi approdare anche nel campo nella scultura, aggiungendo sempre ai propri lavori le tecniche apprese precedentemente.
Tutt’altro che sedentario e statico Magrini soggiorna per diverso tempo in Nord Europa, a Londra, Atene e al Cairo.
Le sue opere sono state esposte in gallerie e musei nei più svariati paesi del mondo.
Solo per citarne alcuni dal lungo elenco ufficiale: Italia, Germania, Giappone, Svezia, Stati Uniti e Hong Kong

Magrini, la scelta di vivere parte della sua vita da artista a Zavattarello ha un motivo particolare?

C’è un forte contrasto tra quella che è appunto la mia vita artistica, fatta di centinaia di mostre in giro per il mondo, in paesi come Giappone, Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda, Grecia, Tunisia, Egitto e la piccola realtà di Zavattarello.
Ma è una necessità, perché in questa area dell’Appennino io trovo dei momenti di concentrazione e un amore per la natura a tratti selvaggia che solo qua si può trovare.
Ho scelto di stare qui perché probabilmente c’è qualcosa che rispecchia la mia personalità: una natura non dura come le valli alpine, ma un ambiente comunque selvaggio appena fuori dalle frazioni e dai centri abitati, e anche i rapporti umani non sono così schivi.
Sono convinto che tutto questo abbia un riflesso a lungo termine sul mio lavoro, tutto quello che vivo qua confluisce nelle mie opere e le loro forme.
Ogni volta che ho vissuto altrove ho sentito la mancanza di questa terra e in generale dell’Italia.

Da dove parte la sua carriera artistica?
Sicuramente l’imprinting iniziale l’ho avuto da bambino, proprio da mia mamma che lavorava e decorava la ceramica, e da li è nato l’amore per i materiali, per la manualità, l’odore dei prodotti utilizzati. Questa atmosfera creativa è stata la scintilla che mi ha portato ad essere uno scultore, ma un altro aspetto importante che arriva sempre dall’infanzia è stata la necessità di costruirsi i giocattoli . Nel dopoguerra a Milano non c’era nulla, esisteva un solo negozio di giocattoli, con file di bambini interminabili con il naso contro la vetrina a guardare i giocattoli esposti. Di comprare non se ne parlava nemmeno! Se avevi un po’ di creatività allora potevi costruirti da solo quello che volevi.
C’è una motivo particolare nella scelta dei materiali che usa per le sue opere?
Per le sculture utilizzo legno, acciaio e bronzo. Per la pitture e le colorazioni invece utilizzo materiali compatibili con l’acqua, quindi acquerelli, tempere inchiostri, acrilici. Io scelgo questi materiali perché li trovo più naturali, meno artificiali e più diretti.
Spesso dal legno ricavo matrici che serviranno poi per la fusione del bronzo. Ma la scelta cade sempre su materiali semplici e naturali.

Il suo percorso per quanto riguarda le tecniche di lavorazione è stato completamente da autodidatta?
No, non ho ricevuto una educazione di tipo accademico ma ho sempre cercato di arrivare alla fonte delle tecniche.
Sono stato garzone di bottega per una coppia di pittori per due anni, così da poter imparare a dipingere ad olio, un anno l’ho passato in una vetreria di Milano per imparare a realizzare vetrate, realizzavamo vetrate per cattedrali.
Sei mesi di lavoro li ho passati come carrozziere per capire come si vernicia “a spruzzo”.
Avevo bisogno di non buttare via materiale e tempo quando creavo le mie opere, e il modo migliore per poterlo fare era stare con chi doveva lavorare con quelle tecniche.
A volte le situazioni sono state buffe: ho passato mesi a verniciare di rosso gli estintori, quel rosso l’ho odiato per anni poi! Ho riguadagnato il rapporto con quel colore solo gradualmente!
Ho avuto molto umiltà nel imparare e sono andato a bussare alla porta di chi poteva insegnarmi davvero e darmi la basi, così ho incontrato tanti personaggi che con generosità mi hanno “educato”.

Lei vede il suo come un lavoro o come un privilegio che può esercitare?
io l’ho sempre visto come un lavoro, forse privilegiato, ma con grandi responsabilità verso gli altri, perché è fatto per gli altri. È una attività che richiede molta autocritica e capacità comunicative.
Questo lavoro si divide in due fasi, la prima fase, quella creativa è bellissima, è ricca di gioia, di energia di scoperte, quindi di privilegio, ma poi arriva quella delle pubbliche relazioni, del dovere fare conoscere e di vendere le tue creazioni e ti ritrovi a dovere essere artista, gallerista, fotografo, tecnico delle luci nelle esposizioni e mercante e qualcosa può non funzionare come dovrebbe e così corro il rischio di vendermi male.
Le sue opere e il suo lavoro sono maggiormente apprezzate in Italia o all’estero?
In Germania ho sempre avuto ottimi riscontri, ma quel paese è una sorta di faro. Mi sono trovato bene anche più a sud, come al Cairo dove ho vissuto due anni con 8 mostre personali.
Tuttavia in termini di “comprensione del mio lavoro”, a Milano e in generale in Italia ho un maggiore riscontro. Qua si gioca in casa.
Qual è la sua ambizione artistica?
Come chiunque si occupi di qualche forma di arte anche io ho i miei “guru” e sono tutti artisti che hanno superato la prova del tempo, le loro opere riviste dopo 50, 100 anni continuano a comunicare, hanno superato epoche e ancora dicono qualcosa.
A differenza di altri, se pur molto bravi, cavalcano una moda, e dopo 10 anni “non danno più”, la loro comunicatività è scaduta ed invecchiata.
Io ho cercato di fare delle scelte per le mie opere in modo di farle superare la prova del tempo, ma se ci sono riuscito lo si saprà solo nel futuro!

Lei ha sua volta è stato Maestro di altri scultori?
Non so se sono stato maestro indirettamente, ma non ho mai avuto nessun allievo probabilmente perché in questo momento storico i rapporti tra le persone sono mutati e non fa parte dell’educazione artistica il capire i materiali ed imparare a manipolarli. Forse ci sono nuove strade che ha più senso percorrere piuttosto che diventare il garzone di bottega per apprendere dal basso.
Io sono sempre stato disponibile nel insegnare tecniche di lavorazione, segreti del mestieri e stratagemmi, ma sono disponibile nel momento in cui qualcuno venga a chiedermi di imparare.

Ha mai avuto paura di non riuscire a vivere del suo lavoro e della sua arte?
Sempre. Sempre ho avuto paura.
Vivere la propria vita al di fuori degli schemi della sicurezza economica ha un grosso peso, ti “lima” i nervi
Bollette ed incertezze ci sono per me come per chiunque altro, ma forse il mio punto di forza è sempre stato l’ottimismo, ho sempre creduto di essere nato sotto una buona stella.
A volte nei momenti più cupi qualcuno bussa alla porta e ti chiede opere viste anni prima in una esposizione e ti chiede ti poterle acquistare. Cosi bisogna sempre avere fiducia nel fatto che prima o poi qualcosa di buono accade.
Bisogna sapere riconoscere cosa è superfluo, o concederselo solo nei “momenti migliori”, ma è anche vero che vivere una vita da artista già ti riempie di tante belle cose, e di certi oggetti proprio non ne senti il bisogno.
Una casa, uno studio in cui lavorare, creare ed esprimersi per gli altri, e tanto ottimismo sono una vita davvero ricca e bellissima. Io non andrò mai in pensione, ma allo stesso tempo so che non spegnerò mai la mia creatività.

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