Alieni in Val Tidone


Gli alieni sono atterrati in Alta Val Tidone e ora ci vivono, se non benissimo, certamente bene. Sulle colline che si snodano lungo il Tidone e i suoi affluenti ha messo radici un mondo inaspettato e cosmopolita: designer argentine, architetti e corniciai tedeschi, cuochi peruviani, musicisti senegalesi, minatori bulgari, mungitori indiani, muratori moldavi, badanti ucraine… Tra chi è ritornato (qualche giovane, pioniere di una seconda o terza generazione che ha ritrovato qui luoghi e lavori dei genitori o dei nonni) e chi in Alta Valle ci è arrivato magari in fuga da una città che (come luogo della mente, prima che del corpo) non aveva più alcunché da offrire ci sono anche loro: viaggiatori il cui approdo in queste zone giunge dopo percorsi a volte dati dal caso, a volte dalla ricerca, più spesso dal semplice lasciarsi guidare dagli eventi. Nella loro valigia ci sono tradizioni, lingue, esperienze e conoscenze che qui hanno saputo amalgamarsi, fondersi, creare spazi per aprire nuove attività o nuovi percorsi professionali. Queste fotografie sono un racconto, in scala necessariamente ridotta per le dimensioni ma sconfinato per lo sguardo che ne scaturisce, di alcune di queste storie: esempi di come l’integrazione, il lavoro e il buon senso siano l’antidoto migliore allo spopolamento della montagna.

“Una ventata d’aria nuova corre sui fili dell’elettricità e annuncia, prima alla radio poi visualizzandolo nello schermo, un benessere materiale e morale che sottintende la felicità realizzata, a portata di tutti. I montanari, piccoli proprietari, abbandonano case, campi, boschi, si liberano degli animali e scendono al piano. La nuova vita è organizzata in strutture massificate, si vende la propria forza lavoro in cambio di un salario; operai nei cantieri navali di La Spezia, nelle ceramiche a Sassuolo, nelle industrie meccaniche lungo la via Emilia. I figli vanno a scuola per diventare impiegati, tecnici, professionisti. Col tempo si ristrutturano le vecchie case di famiglia ma non si riesce a vivere in montagna in regime di vacanza; la vacanza è a scadenza: una settimana bianca d’inverno, un mese d’estate, qualche weekend per funghi e castagne. Mezza giornata per i funerali a cui non si può mancare, un giorno intero, più raro, per i matrimoni, poi si torna al piano. A casa. I legami di parentela, di vicinato, di comunità, si assottigliano poi si frantumano e ci si trova, tempo di una generazione, ad essere una nuova categoria del turismo. Se il vivere in montagna è subordinato a ragioni di convenienza economica non c’è soluzione allo spopolamento. Se la ricchezza del vivere non è riducibile ad uno stipendio, la montagna è frontiera da esplorare con occhi liberi da nuove e vecchie ideologie”.

Giovanni Lindo Ferretti

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