Bety, Senegal

Un lungo viaggio che segue una rotta sghemba tracciata da insolite coordinate: il destino, il calcio, un diploma di parrucchiera. Bety è senegalese e in alta valle è per tutti Betty, con due “t”, che poi in Italia è il diminutivo di Elisabetta. “E infatti a volte mi chiamano proprio così, Elisabetta, ma non è un problema” racconta nella casa dove vive con il marito Al-Housseynou e quattro figli: due maschi (Mohamed di 16 anni e Assane di 8) e due femmine (Coumba, 13 anni, e Aida, 3 anni). È originaria di Dakar, come il marito, e quando può ci torna per salutare la numerosa famiglia (la mamma e dieci tra sorelle e fratelli, una sorella più grande e il padre sono morti alcuni anni fa). L’ultima volta è stata due anni fa “e ho trovato la città molto cambiata, molta più gente, molti più edifici, molto più traffico”. In Val Tidone è arrivata sedici anni fa, proveniente dalla Sardegna. Sull’isola ha vissuto due anni ma la prima tappa del viaggio è stata la Francia. Oltralpe c’era andato nel 1995 Al-Housseynou, calciatore dilettante, alla ricerca di una squadra in cui conquistare spazio nello sport che conta. Dopo il matrimonio, celebrato nel 1997 a Dakar, Bety riparte alla volta della Francia con il marito. Integrarsi non è un problema: in Senegal il francese è la lingua ufficiale e per il lavoro c’è il diploma di parrucchiera conseguito a Dakar. “Mi trovavo bene” ricorda Bety. A tracciare il futuro della coppia, a quel punto, è un rinvio diagonale del pallone da football. Al-Housseynou trova un ingaggio in un piccolo club sardo e i due vanno a vivere sull’isola. Lei continua il lavoro di parrucchiera (“Facevo le treccine ai sardi”), lui continua a macinare cross e passaggi sui campi di periferia. E’ a questo punto che si intromette il destino. Incontrano una coppia di Pecorara in vacanza da quelle parti. Si conoscono. Nei nuovi amici scatta qualcosa, la voglia di aiutare questo ragazzo appassionato di pallone e questa ragazza gentile e discreta che sa fare bene la parrucchiera. Propongono loro di trasferirsi a Pecorara, Alta Val Tidone. Il resto è una storia di accoglienza, integrazione e rispetto reciproco. “Ci hanno aiutato in tanti, tantissimi. Ora stiamo bene qui, se ce ne andremo sarà per tornare in Senegal”. E i ragazzi? “Qui si trovano bene, quando saranno grandi starà a loro decidere”. E pazienza se la carriera di calciatore del papà si è chiusa sul campo di calcetto del paese.
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